Niccolò Machiavelli - Opera Omnia >>  Istorie fiorentine
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AL SANTISSIMO E BEATISSIMO PADRE SIGNORE NOSTRO CLEMENTE SETTIMO LO UMILE SERVO NICCOLÒ MACHIAVELLI.

Poi che da la Vostra Santità, Beatissimo e Santissimo Padre, sendo ancora in minore fortuna constituta, mi fu commesso che io scrivessi le cose fatte da il popolo fiorentino, io ho usata tutta quella diligenzia e arte che mi è stata dalla natura e dalla esperienzia prestata, per sodisfarLe. Ed essendo pervenuto, scrivendo, a quelli tempi i quali, per la morte del Magnifico Lorenzo de' Medici, feciono mutare forma alla Italia, e avendo le cose che di poi sono seguite, sendo più alte e maggiori, con più alto e maggiore spirito a descriversi, ho giudicato essere bene tutto quello che insino a quelli tempi ho descritto ridurlo in uno volume e alla Santissima V.B. presentarlo, acciò che Quella, in qualche parte, i frutti de' semi Suoi e delle fatiche mie cominci a gustare. Leggendo adunque quelli, la V.S. Beatitudine vedrà in prima, poi che lo imperio romano cominciò in occidente a mancare della potenzia sua, con quante rovine e con quanti principi, per più seculi, la Italia variò gli stati suoi; vedrà come il pontefice, i Viniziani, il regno di Napoli e ducato di Milano presono i primi gradi e imperii di quella provincia; vedrà come la Sua patria, levatasi per divisione dalla ubidienzia degli imperadori, infino che la si cominciò sotto l'ombra della Casa Sua a governare, si mantenne divisa. E perché dalla V.S. Beatitudine mi fu imposto particularmente e comandato che io scrivessi in modo le cose fatte dai Suoi maggiori, che si vedesse che io fusse da ogni adulazione discosto (perché quanto Vi piace di udire degli uomini le vere lode, tanto le fitte e con grazia descritte Le dispiacciono), dubito assai, nel descrivere la bontà di Giovanni, la sapienzia di Cosimo la umanità di Piero e la magnificenzia e prudenza di Lorenzo, che non paia alla V.S. che abbia trapassati i comandamenti Suoi. Di che io mi scuso a Quella e a qualunque simili descrizioni, come poco fedeli, dispiacessero; perché, trovando io delle loro lode piene le memorie di coloro che in varii tempi le hanno descritte, mi conveniva, o quali io le trovavo descriverle, o, come invido, tacerle. E se sotto a quelle loro egregie opere era nascosa una ambizione alla utilità [comune], come alcuni dicono, contraria, io che non ve la conosco non sono tenuto a scriverla; perché in tutte le mie narrazioni io non ho mai voluto una disonesta opera con una onesta cagione ricoprire, né una lodevole opera, come fatta a uno contrario fine, oscurare. Ma quanto io sia discosto dalle adulazioni si cognosce in tutte le parti della mia istoria, e massimamente nelle concioni e ne' ragionamenti privati, così retti come obliqui, i quali, con le sentenze e con l'ordine, il decoro dello umore di quella persona che parla, sanza alcuno riservo, mantengono. Fuggo bene, in tutti i luoghi, i vocaboli odiosi come alla dignità e verità della istoria poco necessari. Non puote adunque alcuno che rettamente consideri gli scritti miei come adulatore riprendermi, massimamente veggendo come della memoria del padre di V.S. io non ne ho parlato molto; di che ne fu cagione la sua breve vita, nella quale egli non si potette fare cognoscere, né io con lo scrivere l'ho potuto illustrare. Nondimeno assai grandi e magnifiche furono l'opere sue, avendo generato la S.V.; la quale opera a tutte quelle de' suoi maggiori di gran lunga contrappesa e più seculi gli aggiugnerà di fama, che la malvagia sua fortuna non gli tolse anni di vita. Io mi sono pertanto ingegnato, Santissimo e Beatissimo Padre in queste mie descrizione, non maculando la verità, di satisfare a ciascuno; e forse non arò satisfatto a persona, né quando questo fusse, me ne maraviglierei, perché io giudico che sia impossibile, sanza offendere molti, descrivere le cose de' tempi suoi. Nondimeno io vengo allegro in campo, sperando che come io sono dalla umanità di V.B. onorato e nutrito, così sarò dalle armate legioni del suo santissimo iudizio aiutato e difeso, e con quello animo e confidenzia che io ho scritto infino a ora sarò per seguitare l'impresa mia, quando da me la vita non si scompagni e la V.S. non mi abbandoni.



PROEMIO

Lo animo mio era, quando al principio deliberai scrivere le cose fatte dentro e fuora dal popolo fiorentino, cominciare la narrazione mia dagli anni della cristiana religione 1434, nel quale tempo la famiglia de' Medici, per i meriti di Cosimo e di Giovanni suo padre, prese più autorità che alcuna altra in Firenze; perché io mi pensava che messer Lionardo d'Arezzo e messer Poggio, duoi eccellentissimi istorici, avessero narrate particularmente tutte le cose che da quel tempo indrieto erano seguite. Ma avendo io di poi diligentemente letto gli scritti loro, per vedere con quali ordini e modi nello scrivere procedevano, acciò che, imitando quelli, la istoria nostra fusse meglio dai leggenti approvata ho trovato come nella descrizione delle guerre fatte dai Fiorentini con i principi e popoli forestieri sono stati diligentissimi, ma delle civili discordie e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta e quell'altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere alcuno. Il che credo facessero, o perché parvono loro quelle azioni si deboli che le giudicorono indegne di essere mandate alla memoria delle lettere, o perché temessero di non offendere i discesi di coloro i quali, per quelle narrazioni, si avessero a calunniare. Le quali due cagioni (sia detto con loro pace) mi paiono al tutto indegne di uomini grandi; perché, se niuna cosa diletta o insegna, nella istoria, è quella che particularmente si descrive; se niuna lezione è utile a cittadini che governono le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odi e delle divisioni delle città, acciò che possino con il pericolo d'altri diventati savi mantenersi uniti. E se ogni esemplo di repubblica muove, quegli che si leggono della propria muovono molto più e molto più sono utili e se di niuna repubblica furono mai le divisioni notabili di quella di Firenze sono notabilissime, perché la maggior parte delle altre repubbliche delle quali si ha qualche notizia sono state contente d'una divisione, con la quale, secondo gli accidenti, hanno ora accresciuta, ora rovinata la città loro; ma Firenze, non contenta d'una ne ha fatte molte. In Roma, come ciascuno sa, poi che i re ne furono cacciati, nacque la disunione intra i nobili e la plebe, e con quella infino alla rovina sua si mantenne; così fece Atene, così tutte le altre repubbliche che in quelli tempi fiorirono. Ma di Firenze in prima si divisono infra loro i nobili, dipoi i nobili e il popolo e in ultimo il popolo e la plebe; e molte volte occorse che una di queste parti rimasa superiore, si divise in due: dalle quali divisioni ne nacquero tante morti, tanti esili, tante destruzioni di famiglie, quante mai ne nascessero in alcuna città della quale si abbia memoria. E veramente, secondo il giudicio mio, mi pare che niuno altro esemplo tanto la potenza della nostra città dimostri, quanto quello che da queste divisioni depende, le quali arieno avuto forza di annullare ogni grande e potentissima città. Nondimeno la nostra pareva che sempre ne diventasse maggiore: tanta era la virtù di quelli cittadini e la potenza dello ingegno e animo loro a fare sé e la loro patria grande, che quelli tanti che rimanevono liberi da tanti mali potevano più con la virtù loro esaltarla, che non aveva potuto la malignità di quelli accidenti che gli avieno diminuiti opprimerla. E senza dubio, se Firenze avesse avuto tanta felicità che, poi che la si liberò dallo Imperio, ella avesse preso forma di governo che l'avesse mantenuta unita, io non so quale republica, o moderna o antica, le fusse stata superiore: di tanta virtù d'arme e di industria sarebbe stata ripiena. Perché si vede, poi che la ebbe cacciati da sé i Ghibellini in tanto numero che ne era piena la Toscana e la Lombardia, i Guelfi, con quelli che drento rimasero, nella guerra contro ad Arezzo, uno anno davanti alla giornata di Campaldino, trassono della città, di propri loro cittadini, milledugento uomini d'arme e dodicimila fanti; di poi, nella guerra che si fece contro a Filippo Visconti duca di Milano, avendo a fare esperienzia della industria e non delle armi proprie, perché le avieno in quelli tempi spente, si vide come, in cinque anni che durò quella guerra, spesono i Fiorentini tre miloni e cinquecento mila fiorini; la quale finita, non contenti alla pace, per mostrare più la potenzia della loro città, andorono a campo a Lucca. Non so io pertanto cognoscere quale cagione faccia che queste divisione non sieno degne di essere particularmente descritte. E se quelli nobilissimi scrittori furono ritenuti per non offendere la memoria di coloro di chi eglino avevono a ragionare, se ne ingannorono, e mostrorono di cognoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderio che gli hanno di perpetuare il nome de' loro antichi e di loro; né si ricordorono che molti, non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opera lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla; né considerorono come le azioni che hanno in sé grandezza, come hanno quelle de' governi e degli stati, comunque le si trattino, qualunque fine abbino, pare sempre portino agli uomini più onore che biasimo. Le quali cose avendo io considerate, mi feciono mutare proposito, e deliberai cominciare la mia istoria dal principio della nostra città. E perché non è mia intenzione occupare i luoghi d'altri, descriverrò particularmente, insino al 1434, solo le cose seguite drento alla città, e di quelle di fuora non dirò altro che quello sarà necessario per intelligenzia di quelle di drento; di poi, passato il 1434, scriverrò particularmente l'una e l'altra parte. Oltre a questo, perché meglio e d'ogni tempo questa istoria sia intesa, innanzi che io tratti di Firenze, descriverrò per quali mezzi la Italia pervenne sotto quelli potentati che in quel tempo la governavano. Le quali cose tutte, così italiche come fiorentine, con quattro libri si termineranno: il primo narrerà brevemente tutti gli accidenti di Italia seguiti dalla declinazione dello imperio romano per infino al 1434; il secondo verrà con la sua narrazione dal principio della città di Firenze infino alla guerra che, dopo la cacciata del duca di Atene, si fece contro al pontefice; il terzo finirà nel 1414, con la morte del re Ladislao di Napoli; e con il quarto al 1434 perverremo; dal qual tempo di poi particularmente le cose seguite dentro a Firenze e fuora, infino a questi nostri presenti tempi, si descriverranno.



LIBRO PRIMO


I

I popoli i quali nelle parti settentrionali di là dal fiume del Reno e del Danubio abitano, sendo nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine molte volte crescono, che parte di loro sono necessitati abbandonare i terreni patrii e cercare nuovi paesi per abitare. L'ordine che tengono, quando una di quelle provincie si vuole sgravare di abitatori, è dividersi in tre parti, compartendo in modo ciascuno, che ogni parte sia di nobili e ignobili, di ricchi e poveri ugualmente ripiena; di poi quella parte alla quale la sorte comanda va a cercare suo fortuna, e le due parti sgravate del terzo di loro si rimangono a godere i beni patrii. Queste populazioni furono quelle che destrussono lo imperio romano; alle quali ne fu data occasione dagli imperadori, i quali, avendo abbandonata Roma, sedia antica dello Imperio, e riduttisi ad abitare in Gonstantinopoli, avevano fatta la parte dello imperio occidentale più debole, per essere meno osservata da loro e più esposta alle rapine de' ministri e de' nimici di quelli. E veramente a rovinare tanto Imperio, fondato sopra il sangue di tanti uomini virtuosi, non conveniva che fusse meno ignavia ne' principi, né meno infedelità ne' ministri, né meno forza o minore ostinazione in quelli che lo assalirono; perché non una populazione, ma molte furono quelle che nella sua rovina congiurorono. I primi che di quelle parti settentrionali vennono contro allo Imperio, dopo i Cimbri, i quali furono da Mario cittadino romano vinti, furono i Visigoti; il quale nome non altrimenti nella loro lingua suona, che nella nostra Goti occidentali. Questi, dopo alcune zuffe fatte a' confini dello Imperio, per concessione delli imperadori molto tempo tennono la loro sedia sopra il fiume del Danubio; e avvenga che, per varie cagioni e in varii tempi, molte volte le provincie romane assalissero, sempre nondimento furono dalla potenza delli imperadori raffrenati. E l'ultimo che gloriosamente gli vinse fu Teodosio; talmente che, essendo ridutti alla ubbidienzia sua, non rifeciono sopra di loro alcuno re; ma, contenti allo stipendio concesso loro, sotto il governo e le insegne di quello vivevano e militavano. Ma venuto a morte Teodosio e rimasi Arcadio e Onorio suoi figliuoli eredi dello Imperio, ma non della virtù e fortuna sua, si mutorono, con il principe, i tempi. Erano da Teodosio preposti alle tre parti dello Imperio tre governatori: Ruffino alla orientale, alla occidentale Stillicone, e Gildone alla affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensorono, non di governare, ma come principi possederle. Dei quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi; ma Stillicone, sapendo meglio celare lo animo suo, cercò di acquistarsi fede con i nuovi imperadori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo stato, che gli fusse più facile di poi lo occuparlo. E per fare loro nimici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provisione. Oltra di questo, non gli parendo che a turbare lo Imperio questi nimici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali e Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, creorono Alarico loro re, e assalito lo Imperio, dopo molti accidenti guastorono la Italia, e presono e saccheggiorono Roma. Dopo la quale vittoria morì Alarico, e successe a lui Ataulfo, il quale tolse per moglie Placidia, sirocchia delli Imperadori e per quel parentado convenne con loro di andare a soccorrere la Gallia e la Spagna, le quali provincie erano da' Vandali, Burgundioni, Alani e Franchi, mossi dalle sopra dette cagioni, assalite. Di che ne seguì che i Vandali, i quali avevano occupata quella parte della Spagna detta Betica, sendo combattuti forte da i Visigoti, e non avendo rimedio, furono da Bonifazio, il quale per lo Imperio governava Affrica, chiamati che venissero ad occupare quella provincia; perché, sendosi ribellato, temeva che il suo errore non fusse dallo Imperadore ricognosciuto. Presono i Vandali, per le cagioni dette, volentieri quella impresa, e sotto Genserico loro re, si insignorirono d'Affrica. Era, in questo mezzo, successo allo Imperio Teodosio figliuolo di Arcadio, il quale, pensando poco alle cose di occidente, fece che queste populazioni pensorono di potere possedere le cose acquistate.



II

E così i Vandali in Affrica, gli Alani e Visigoti in Ispagna signoreggiavano, e i Franchi e i Burgundi, non solamente presono la Gallia, ma quelle parti che da loro furono occupate furono da il nome loro nominate, donde l'una parte si chiamò Francia e l'altra Borgogna. I felici successi di costoro destorono nuove populazioni alla destruzione dello Imperio; ed altri populi, detti Unni, occuporono Pannonia, provincia posta in sulla ripa di qua dal Danubio, la quale oggi, avendo preso il nome da questi Unni, si chiama Ungheria. A questi disordini si aggiunse che, vedendosi lo imperadore assalire da tante parti, per avere meno nimici, cominciò ora con i Vandali, ora con i Franchi a fare accordi, le quali cose accrescevano la autorità e la potenzia dei barbari e quella dello Imperio diminuivano. Né fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina; perché, temendo i Brettoni di quelli popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come lo imperadore potesse difenderli, chiamorono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presono gli Angli, sotto Vortigerio loro re, la impresa, e prima gli difesono, di poi gli cacciorono della isola, e vi rimasono loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventorono per la necessità feroci, e pensorono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di potere occupare quello d'altri. Passorono pertanto, colle famiglie loro il mare, e occuporono quelli luoghi che più propinqui alla marina trovarono, e dal nome loro chiamorono quel paese Brettagna.



III

Gli Unni, i quali di sopra dicemmo avere occupata Pannonia, accozzatisi con altri popoli, detti Zepidi, Eruli, Turingi e Ostrogoti (ché così si chiamano in quella lingua i Goti orientali), si mossono per cercare nuovi paesi; e non potendo entrare in Francia, che era dalle forze barbare difesa, ne vennono in Italia, sotto Attila loro re, il quale poco davanti, per essere solo nel regno, aveva morto Bleda suo fratello; per la qual cosa diventato potentissimo, Andarico re de' Zepidi e Velamir re degli Ostrogoti rimasono come suoi subietti. Venuto adunque Attila in Italia, assediò Aquileia, dove stette, senza altro ostaculo, duoi anni; e nella obsidione di essa guastò tutto il paese allo intorno e disperse tutti gli abitatori di quello; il che, come nel suo luogo direno, dette principio alla città di Vinegia. Dopo la presa e rovina di Aquileia e di molte altre città, si volse verso Roma, dalla rovina della quale si astenne per i preghi del pontefice, la cui reverenzia potette tanto in Attila, che si uscì di Italia e ritirossi in Austria, dove si morì. Dopo la morte del quale, Velamir re degli Ostrogoti e gli altri capi delle altre nazioni presono le armi contro ad Errico e Uric suoi figliuoli, e l'uno ammazzorono, e l'altro constrinsono, con gli Unni, a ripassare il Danubio e ritornarsi nella patria loro; e gli Ostrogoti e i Zepidi si posono in Pannonia, e gli Eruli e i Turingi sopra la ripa di là dal Danubio si rimasono. Partito Attila di Italia, Valentiniano, imperadore occidentale, pensò di instaurare quella; e per essere più commodo a difenderla da' barbari, abbandonò Roma e pose la sua sedia in Ravenna. Queste avversità che aveva avute lo imperio occidentale erano state cagione che lo imperadore, il quale in Gonstantinopoli abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa piena di pericoli e di spesa; e molte volte ancora, sanza sua permissione, i Romani, vedendosi abbandonati, per difendersi, creavano per loro medesimi uno imperadore, o alcuno, per sua autorità, si usurpava lo imperio: come avvenne in questi tempi, che fu occupato da Massimo romano, dopo la morte di Valentiniano; e costrinse Eudossa stata moglie di quello, a prenderlo per marito. La quale, desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo, nata di sangue imperiale, sopportare le nozze d'uno privato cittadino, confortò secretamente Genserico, re dei Vandali e signore di Affrica, a venire in Italia, mostrandogli la facilità e la utilità dello acquisto. Il quale, allettato dalla preda, subito venne; e trovata abbandonata Roma, saccheggiò quella, dove stette quattordici giorni; prese ancora e saccheggiò più terre in Italia; e ripieno sé e lo esercito suo di preda, se ne tornò in Affrica. I Romani, ritornati in Roma, sendo morto Massimo, creorono imperadore Avito romano. Di poi, dopo molte cose seguite in Italia e fuori, e dopo la morte di più imperadori, pervenne lo imperio di Gostantinopoli a Zenone e quello di Roma a Oreste e Augustulo suo figliuolo, i quali per inganno occuporono lo imperio. E mentre che disegnavano tenerlo per forza, gli Eruli e i Turingi, i quali io dissi essersi posti, dopo la morte di Attila, sopra la ripa di là dal Danubio, fatta lega insieme, sotto Odeacre loro capitano, vennono in Italia, e ne' luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, popoli medesimamente settentrionali, condotti da Godoogo loro re, i quali furono, come nel suo luogo direno, l'ultima peste di Italia. Venuto adunque Odeacre in Italia, vinse e ammazzò Oreste, propinquo a Pavia, e Augustulo si fuggì. Dopo la quale vittoria, perché Roma variasse con la potenza il titolo si fece Odeacre, lasciando il nome dello imperio, chiamare re di Roma. E fu il primo che, de' capi de' popoli che scorrevono allora il mondo, si posasse ad abitare in Italia; perché gli altri, o per timore di non la potere tenere, per essere potuta dallo imperadore orientale facilmente soccorrere, o per altra occulta cagione, la avevano spogliata, e di poi cerco altri paesi per fermare la sedia loro.



IV

Era pertanto, in questi tempi, lo imperio antico romano ridutto sotto questi principi: Zenone, regnando in Gonstantinopoli, comandava a tutto lo imperio orientale; gli Ostrogoti Mesia e Pannonia signoreggiavano; i Visigoti, Suevi e Alani la Guascogna tenevano e la Spagna; i Vandali l'Affrica, i Franchi e Burgundi la Francia, gli Eruli e i Turingi la Italia. Era il regno degli Ostrogoti pervenuto a Teoderico nipote di Velamir, il quale, tenendo amicizia con Zenone imperadore orientale, gli scrisse come a' suoi Ostrogoti pareva cosa ingiusta, sendo superiori di virtù a tutti gli altri popoli, essere inferiori di imperio, e come egli era impossibile poterli tenere ristretti dentro a' termini di Pannonia, tale che, veggendo come gli era necessario lasciare loro pigliare l'armi e ire a cercare nuove terre, voleva prima farlo intendere a lui, acciò che potesse provedervi, concedendo loro qualche paese, dove con sua buona grazia potessero più onestamente e con loro maggiore comodità vivere. Onde che Zenone, parte per paura, parte per il desiderio aveva di cacciare di Italia Odeacre, concesse a Teoderigo il venire contro a quello e pigliare la possessione di Italia. Il quale subito partì di Pannonia, dove lasciò i Zepidi, popoli suoi amici; e venuto in Italia, ammazzò Odeacre e il figliuolo, e con l'esemplo di quello, prese il titulo di re di Italia; e pose la sua sedia in Ravenna, mosso da quelle cagioni che feciono già a Valentiniano imperadore abitarvi. Fu Teoderigo uomo nella guerra e nella pace eccellentissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, nell'altra benificò grandemente le città e i popoli suoi. Divise costui gli Ostrogoti per le terre, con i capi loro, acciò che nella guerra gli comandassero e nella pace gli correggessero; accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccetto che la disciplina militare, rendé a' Romani ogni altro onore; contenne dentro ai termini loro, e sanza alcuno tumulto di guerra, ma solo con la sua autorità, tutti i re barbari occupatori dello Imperio; edificò terre e fortezze intra la punta del mare Adriatico e le Alpi, per impedire più facilmente il passo ai nuovi barbari che volessero assalire la Italia. E se tante virtù non fussero state bruttate, nell'ultimo della sua vita, da alcune crudeltà causate da varii sospetti del regno suo come la morte di Simmaco e di Boezio, uomini santissimi, dimostrano, sarebbe al tutto la sua memoria degna da ogni parte di qualunque onore, perché, mediante la virtù e bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dello occidentale imperio, libere dalle continue battiture che per tanti anni, da tante inundazione di barbari avevano sopportate, si sollevorono, e in buono ordine e assai felice stato si ridussero.



V

E veramente, se alcuni tempi furono mai miserabili, in Italia e in queste provincie corse dai barbari, furono quelli che da Arcadio e Onorio infino a lui erano corsi. Perché, se si considererà di quanto danno sia cagione, ad una repubblica o ad uno regno, variare principe o governo, non per alcuna estrinseca forza, ma solamente per civile discordia (dove si vede come le poche variazioni ogni repubblica e ogni regno, ancora che potentissimo, rovinano), si potrà di poi facilmente immaginare quanto in quelli tempi patisse la Italia e le altre provincie romane; le quali, non solamente variorono il governo e il principe, ma le leggi, i costumi, il modo del vivere, la religione, la lingua, l'abito, i nomi. Le quali cose ciascuna per sé, non che tutte insieme, farieno, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare. Da questo nacque la rovina, il nascimento e lo augumento di molte città. Intra quelle che rovinorono fu Aquileia, Luni, Chiusi, Populonia, Fiesole e molte altre; intra quelle che di nuovo si edificorono furono Vinegia, Siena, Ferrara, l'Aquila e altre assai terre e castella che per brevità si omettono; quelle che di piccole divennero grandi furono Firenze, Genova, Pisa, Milano, Napoli e Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e molte che variamente furono disfatte e rifatte. Intra queste rovine e questi nuovi popoli sursono nuove lingue, come apparisce nel parlare che in Francia, in Ispagna e in Italia si costuma, il quale mescolato con la lingua patria di quelli nuovi popoli e con la antica romana fanno un nuovo ordine di parlare. Hanno, oltre di questo, variato il nome, non solamente le provincie, ma i laghi, i fiumi, i mari e gli uomini; perché la Francia, l'Italia e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi e al tutto dagli antichi alieni; come si vede, lasciandone indrieto molti altri, che il Po, Garda, l'Arcipelago sono per nomi disformi agli antichi nominati: gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventorono. Ma, intra tante variazioni, non fu di minore momento il variare della religione, perché, combattendo la consuetudine della antica fede con i miracoli della nuova, si generavono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini; e se pure la cristiana religione fusse stata unita, ne sarebbe seguiti minori disordini; ma, combattendo la chiesa greca, la romana e la ravennate insieme, e di più le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano il mondo. Di che ne è testimone l'Affrica, la quale sopportò molti più affanni mediante la setta arriana, creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia o naturale crudeltà. Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dello animo loro, perché, oltre alli infiniti mali che sopportavano, mancava buona parte di loro di potere rifuggire allo aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare; perché, sendo la maggiore parte di loro incerti a quale Iddio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e d'ogni speranza, miseramente morivano.



VI

Meritò pertanto Teoderigo non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali; talché, per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si ricognoscevano. Ma, venuto quello a morte, e rimaso nel regno Atalarico, nato di Amalasiunta sua figliuola, in poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negli antichi suoi affanni si ritornò, perché Atalarico, poco di poi che l'avolo morì; e rimaso il regno alla madre, fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chiamato perché l'aiutasse governare il regno. Costui, avendola morta e fatto sé re, e per questo sendo diventato odioso agli Ostrogoti, dette animo a Iustiniano imperadore di credere poterlo cacciare di Italia, e deputò Bellisario per capitano di quella impresa; il quale aveva già vinta l'Affrica, e cacciatine i Vandali, e riduttola sotto lo Imperio. Occupò dunque Bellisario la Sicilia, e di quivi, passato in Italia, occupò Napoli e Roma. I Goti, veduta questa rovina, ammazzorono Teodato loro re, come cagione di quella, ed elessono in suo luogo Vitigete, il quale, dopo alcune zuffe, fu da Bellisario assediato e preso in Ravenna. E non avendo ancora al tutto conseguito la vittoria, fu Bellisario da Iustiniano revocato, e in suo luogo posto Giovanni e Vitale, disformi in tutto a quello di virtù e di costumi; di modo che i Goti ripresono animo e creorono loro re Ildovado, che era governatore in Verona. Dopo costui, perché fu ammazzato, pervenne il regno a Totila, il quale ruppe le genti dello Imperadore, e recuperò la Toscana e Napoli e ridusse i suoi capitani quasi che allo ultimo di tutti gli stati che Bellisario avea recuperati. Per la qual cosa parve a Iustiniano di rimandarlo in Italia. Il quale, ritornato con poche forze, perdé più tosto la reputazione delle cose prima fatte da lui, che di nuovo ne riacquistasse; perché Totila trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopra gli occhi suoi espugnò Roma; e veggendo non potere né lasciare né tenere quella, in maggiore parte la disfece, e caccionne il popolo, e i senatori ne menò seco, e stimando poco Bellisario, ne andò con lo esercito in Calavria, a rincontrare gente che, di Grecia, in aiuto di Bellisario venivano. Veggendo per tanto Bellisario abbandonata Roma, si volse ad una impresa onorevole, perché, entrato nelle romane rovine, con quanta più celerità potette, rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori. Ma a questa sua lodevole impresa si oppose la fortuna, perché Iustiniano fu, in quel tempo, assalito da' Parti, e richiamò Bellisario; e quello, per ubbidire al suo signore, abbandonò la Italia; e rimase quella provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma. Ma non fu con quella crudeltà trattata che prima, perché, pregato da san Benedetto, il quale in quelli tempi aveva di santità grandissima opinione, si volse più tosto a rifarla. Iustiniano intanto aveva fatto accordo con i Parti, e pensando di mandare nuova gente al soccorso di Italia, fu dagli Sclavi, nuovi popoli settentrionali, ritenuto, i quali avieno passato il Danubio e assalito la Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasi tutta la occupò. Ma, vinti che ebbe Iustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con gli eserciti Narsete, eunuco, uomo in guerra eccellentissimo; il quale, arrivato in Italia ruppe e ammazzò Totila, e le reliquie che de' Goti dopo quella rotta rimasero si ridussero in Pavia, dove creorono Teia loro re. Narsete dall'altra parte dopo la vittoria, prese Roma, e in ultimo si azzuffò con Teia, presso a Nocera, e quello ammazzò e ruppe. Per la quale vittoria si spense al tutto il nome de' Goti in Italia, dove settanta anni, da Teoderigo loro re a Teia, avevono regnato.



VII

Ma, come prima fu libera l'Italia dai Goti, Iustiniano morì, e rimase suo successore Iustino suo figliuolo, il quale, per il consiglio di Sofia sua moglie, rivocò Narsete di Italia e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino l'ordine degli altri, di abitare in Ravenna; e oltre a questo dette alla Italia nuova forma, perché non costituì governatori di provincie, come avevano fatto i Goti, ma fece, in tutte le città e terre di qualche momento, capi i quali chiamò duchi. Né in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre; perché, tolto via i consoli e il senato, i quali nomi insino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascuno anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il ducato romano; e a quello che per lo imperadore stava a Ravenna e governava tutta Italia pose nome esarco. Questa divisione fece più facile la rovina di Italia, e con più celerità dette occasione a' Longobardi di occuparla.



VIII

Era Narsete sdegnato forte contro allo Imperadore, per essergli stato tolto il governo di quella provincia che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistata, perché a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che la vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi, tanto che Narsete ripieno di sdegno, persuase ad Alboino re de' Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire ad occupare la Italia. Erano, come di sopra si mostrò entrati i Longobardi in quelli luoghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati abbandonati, quando da Odeacre loro re furono condotti in Italia; dove sendo stati alcuno tempo, e pervenuto il regno loro ad Alboino, uomo efferato e audace, passorono il Danubio e si azzufforono con Commundo re de' Zepidi, che teneva la Pannonia, e lo vinsono. E trovandosi nella preda Rosmunda, figliuola di Commundo, la prese Alboino per moglie, e si insignorì di Pannonia; e mosso dalla sua efferata natura, fece del teschio di Commundo una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria beeva. Ma, chiamato in Italia da Narsete, con il quale nella guerra de' Goti aveva tenuto amicizia, lasciò la Pannonia agli Unni, i quali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornati, e ne venne in Italia; e trovando quella in tante parti divisa, occupò in un tratto Pavia, Milano, Verona, Vicenza, tutta la Toscana, e la maggior parte di Flamminia, chiamata oggi Romagna. Talché parendogli, per tanti e si subiti acquisti, avere già la vittoria di Italia, celebrò in Verona uno convito; e per il molto bere diventato allegro, sendo il teschio di Commundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosismunda regina, la quale allo incontro di lui mangiava, dicendo con voce alta, in modo che quella potette udire, che voleva che, in tanta allegrezza, la bevesse con suo padre. La quale voce fu come una ferita nel petto di quella donna; e deliberata di vendicarsi, sappiendo che Elmelchilde, nobile lombardo giovine e feroce, amava una sua ancilla, trattò con quella che celatamente desse opera che Elmelchilde, in suo scambio, dormisse con lei. Ed essendo Elmelchilde, secondo l'ordine di quella, venuto a trovarla in loco oscuro, credendosi essere con l'ancilla, iacé con Rosismunda. La quale, dopo il fatto, se gli scoperse, e, mòstrogli come in suo arbitrio era o ammazzare Alboino e godersi sempre lei e il regno, o essere morto da quello come stupratore della sua moglie, consentì Almelchilde di ammazzare Alboino. Ma, di poi che eglino ebbono morto quello, veggendo come non riusciva loro di occupare il regno, anzi dubitando di non essere morti da' Longobardi per lo amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna, a Longino, il quale onorevolmente gli ricevette. Era morto, in questi travagli, Iustino imperadore, e in suo luogo rifatto Tiberio, il quale, occupato nelle guerre de' Parti, non poteva alla Italia suvvenire; onde che a Longino parve il tempo commodo a potere diventare, mediante Rosismunda e il suo tesoro, re de' Longobardi e di tutta Italia; e conferì con lei questo suo disegno e le persuase ad ammazzare Elmelchilde e pigliare lui per marito. Il che fu da quella accettato; e ordinò una coppa di vino avvelenato, la quale di sua mano porse ad Elmelchilde, che assetato usciva del bagno. Il quale, come la ebbe beuta mezza, sentendosi commuovere le interiori, e accorgendosi di quello che era, sforzò Rosismunda a bere il resto; e così, in poche ore, l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino si privò di speranza di diventare re. I Longobardi intanto, ragunatisi in Pavia, la quale avevano fatta principale sedia del loro regno, feciono Clefi loro re; il quale riedificò Imola, stata rovinata da Narsete, occupò Rimino e, infino a Roma, quasi ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì. Questo Clefi fu in modo crudele, non solo contro agli esterni, ma ancora contro ai suoi Longobardi, che quegli, sbigottiti della potestà regia, non vollono rifare più re; ma feciono intra loro trenta duchi, che governassero gli altri. Il quale consiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furlì, Cesena, parte si difendessero un tempo, parte non fussero mai da loro occupate. Perché non avere re li fece meno pronti alla guerra; e poi che rifeciono quello, diventorono, per essere stati liberi un tempo, meno ubbidienti e più atti alle discordie infra loro, la qual cosa, prima ritardò la loro vittoria, di poi, in ultimo, gli cacciò di Italia. Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferno accordo con loro, che ciascuno posasse l'armi e godesse quello che possedeva.



IX

In questi tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autorità che non erano stati per lo adietro; perché i primi dopo san Piero, per la santità della vita e per i miracoli, erano dagli uomini reveriti; gli esempli de' quali ampliorono in modo la religione cristiana, che i principi furono necessitati, per levare via tanta confusione che era nel mondo, ubbidire a quella. Sendo adunque lo imperadore diventato cristiano, e partitosi di Roma e gitone in Gonstantinopoli, ne seguì, come nel principio dicemmo, che lo imperio romano rovinò più presto e la chiesa romana più presto crebbe. Nondimeno, infino alla venuta de' Longobardi, sendo la Italia sottoposta tutta o agli imperatori o ai re, non presono mai i pontefici, in quelli tempi, altra autorità che quella che dava loro la reverenza de' loro costumi e della loro dottrina: nelle altre cose o agli imperadori o ai re ubbidivano, e qualche volta da quelli furono morti, e come loro ministri nelle azioni loro operati. Ma quello che gli fece diventare di maggiore momento nelle cose di Italia fu Teoderigo re de' Goti, quando pose la sua sedia in Ravenna; perché, rimasa Roma sanza principe, i Romani avevono cagione, per loro refugio, di prestare più ubbidienza al papa: nondimeno per questo la loro autorità non crebbe molto; solo ottenne di essere la chiesa di Roma preposta a quella di Ravenna. Ma, venuti i Lombardi, e ridutta Italia in più parti, dettono cagione al papa di farsi più vivo; perché, sendo quasi che capo in Roma, lo imperadore di Gonstantinopoli e i Lombardi gli avevono rispetto, talmente che i Romani, mediante il papa, non come subietti, ma come compagni con i Longobardi e con Longino si collegarono. E così, seguitando i papi ora di essere amici de' Lombardi, ora de' Greci, la loro dignità accrescevano. Ma, seguita di poi la rovina dello imperio orientale (la quale seguì in questi tempi, sotto Eracleo imperadore; perché i popoli Sclavi, de' quali facemmo di sopra menzione, assaltorono di nuovo la Illiria, e quella, occupata, chiamorono dal nome loro Schiavonia; e l'altre parti di quello imperio furono prima assaltate da' Persi, di poi dai Saracini, i quali sotto Maumetto uscirno d'Arabia, e in ultimo da' Turchi, e toltogli la Soria, l'Affrica e lo Egitto), non restava al papa, per la impotenza di quello imperio, più commodità di potere rifuggire a quello nelle sue oppressioni; e dall'altro canto, crescendo le forze de' Longobardi, pensò che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a quelli re. Di modo che tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in Italia furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundorono furono il più delle volte da quegli chiamati. Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma. Per tanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimosterrà più la rovina dello Imperio, che è tutto in terra, ma lo augumento de' pontefici e di quegli altri principati che di poi la Italia, infino alla venuta di Carlo VIII, governorono. E vedrassi come i papi, prima con le censure, di poi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenzie, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, dell'altro stanno a discrezione d'altri.



X

Ma, ritornando all'ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III e al regno de' Longobardi Aistulfo, il quale, contro agli accordi fatti, occupò Ravenna e mosse guerra al Papa. Per la qual cosa Gregorio, per le cagioni sopra scritte, non confidando più nello imperadore di Gonstantinopoli per essere debole, né volendo credere alla fede de' Lombardi, che la avieno molte volte rotta, ricorse in Francia, a Pipino II, il quale, di signore di Austrasia e Brabante, era diventato re di Francia, non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre e di Pipino suo avolo. Perché Carlo Martello, sendo governatore di quello regno, dette quella memorabile rotta a' Saraceni presso a Torsi, in sul fiume dell'Era, dove furono morti più che dugento milia di loro; donde Pipino suo figliuolo, per la reputazione del padre e virtù sua, diventò poi re di quel regno. Al quale papa Gregorio, come è detto, mandò per aiuti contro a' Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma che desiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo. Per tanto Gregorio ne andò in Francia, e passò per le terre de' Lombardi suoi nimici, sanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che si aveva alla religione. Andato adunque Gregorio in Francia, fu da quel Re onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i quali assediarono i Longobardi in Pavia. Onde che Aistulfo, constretto da necessità, si accordò con i Franciosi, e quelli feciono lo accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nimico, ma che si convertisse e vivesse: nel quale accordo Aistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate. Ma, ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistulfo non osservò lo accordo, e il Papa di nuovo ricorse a Pipino; il quale di nuovo mandò in Italia, vinse i Longobardi e prese Ravenna; e contro alla voglia dello imperadore greco, la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcato, e vi aggiunse il paese di Urbino e la Marca. Ma Aistulfo, nel consegnare queste terre, morì, e Desiderio lombardo, che era duca di Toscana, prese le armi per occupare il regno, e domandò aiuto al Papa, promettendogli la amicizia sua; e quello gliene concesse, tanto che gli altri principi cederono. E Desiderio osservò nel principio la fede, e seguì di consegnare le terre al Pontefice, secondo le convenzioni fatte con Pipino: né venne più esarco da Gostantinopoli in Ravenna; ma si governava secondo la voglia del pontefice.



XI

Morì di poi Pipino, e successe nel regno Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che per la grandezza delle cose fatte da lui, fu nominato Magno. Al papato intanto era successo Teodoro I. Costui venne in discordia con Desiderio e fu assediato in Roma da lui; talché il Papa ricorse per aiuti a Carlo, il quale, superate le Alpi, assediò Desiderio in Pavia, e prese lui e i figliuoli, e li mandò prigioni in Francia; e ne andò a vicitare il Papa a Roma, dove giudicò che il papa, vicario di Dio, non potesse essere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo romano lo feciono imperadore. E così Roma ricominciò ad avere lo imperadore in occidente; e dove il papa soleva essere raffermo dagli imperadori, cominciò lo imperadore, nella elezione, ad avere bisogno del papa, e veniva lo Imperio a perdere i gradi suoi, e la Chiesa ad acquistargli; e per questi mezzi sempre sopra i principi temporali cresceva la sua autorità. Erano stati i Longobardi dugentotrentadue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome: e volendo Carlo riordinare la Italia, il che fu al tempo di papa Leone III, fu contento abitassero in quegli luoghi dove si erano nutriti, e si chiamasse quella provincia, dal nome loro, Lombardia. E perché quelli avessero il nome romano in reverenzia, volle che tutta quella parte di Italia a loro propinqua, che era sottoposta allo esarcato di Ravenna si chiamasse Romagna. E oltre a questo creò Pipino suo figliuolo re di Italia; la iurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento; e tutto il resto possedeva lo imperadore greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo. Pervenne in questi tempi al pontificato Pascale I, e i parrocchiani delle chiese di Roma, per essere più propinqui al papa e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro potestà con uno splendido titolo, si cominciorono a chiamare cardinali; e si arrogorono tanta reputazione, massime poi che gli esclusono il popolo romano dallo eleggere il pontefice, che rade volte la elezione di quello usciva del numero loro; onde, morto Pascale, fu creato Eugenio II, del titulo di santa Sabina. E la Italia, poi che la fu in mano de' Franciosi, mutò in parte forma e ordine, per avere preso il papa nel temporale più autorità, e avendo quegli condotto in essa il nome de' conti e de' marchesi, come prima da Longino, esarco di Ravenna, vi erano stati posti i nomi de' duchi. Pervenne dopo alcuno pontefice, al papato Osporco romano, il quale, per la bruttura del nome, si fece chiamare Sergio; il che dette principio alla mutazione de' nomi, che fanno nelle loro elezioni i pontefici.



XII

Era intanto morto Carlo imperadore, al quale successe Lodovico suo figliuolo; dopo la morte del quale nacquero intra i suoi figliuoli tante differenzie che, al tempo de' nipoti suoi, fu tolto alla casa di Francia lo imperio, e ridutto nella Magna; e chiamossi il primo imperadore tedesco Ainulfo. Né solamente la famiglia de' Carli, per le sue discordie, perdé lo imperio, ma ancora il regno di Italia; perché i Lombardi ripresono le forze, e offendevono il papa e i Romani; tanto che il pontefice, non vedendo a chi si rifuggire, creò, per necessità, re di Italia Berengario, duca nel Friuoli. Questi accidenti dettono animo agli Unni, che si trovavano in Pannonia, di assaltare la Italia; e venuti alle mani con Berengario, furono forzati tornarsi in Pannonia, o vero in Ungheria, ché così quella provincia, da loro, si nominava. Romano era in questi tempi imperadore in Grecia, il quale aveva tolto lo imperio a Gostantino, sendo prefetto della sua armata. E perché se gli era in tale novitate, ribellata la Puglia e la Calavria, che allo imperio suo, come di sopra dicemmo, ubbidivano, sdegnato per tale rebellione, permesse a' Saraceni che passassero in que' luoghi; i quali, venuti, e prese quelle provincie, tentorono di espugnare Roma. Ma i Romani, perché Berengario era occupato in defendersi dagli Unni, feciono loro capitano Alberigo duca di Toscana, e mediante la virtù di quello, salvorono Roma da' Saraceni. I quali, partiti da quello assedio, feciono una rocca sopra il monte Galgano, e di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calavria, e il resto di Italia battevono. E così veniva la Italia, in questi tempi, ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso l'Alpi dagli Unni e di verso Napoli da' Saraceni. Stette la Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari, che successono l'uno all'altro; nel qual tempo il papa e la Chiesa era ad ogni ora perturbata, non avendo dove ricorrere, per la disunione de' principi occidentali e per la impotenzia degli orientali. La città di Genova e tutte le sue riviere furono in questi tempi, da' Saraceni disfatte, donde ne nacque la grandezza della città di Pisa, nella quale assai popoli, cacciati della patria sua, ricorsono. Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931. Ma, fatto imperadore Ottone, figliuolo di Errico e di Mattelda, duca di Sassonia, uomo prudente e di grande reputazione, Agabito papa si volse a pregarlo venisse in Italia, a trarla di sotto alla tirannide de' Berengari.



XIII

Erano gli stati di Italia, in questi tempi, così ordinati: la Lombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentale era governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore greco parte a' Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoi consoli della nobilità, i quali secondo lo antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo uno prefetto, che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori, ciascuno anno, per le terre a loro sottoposte. Il papa aveva, in Roma e in tutta Italia, più o meno autorità, secondo che erano i favori delli imperadori, o di quelli che erano più potenti in essa. Ottone imperadore, adunque, venne in Italia e tolse il regno a' Berengari, che avevono regnato in quella cinquantacinque anni, e restituì le sue dignità al pontefice. Ebbe costui uno figliuolo e uno nipote, chiamati ancora loro Ottone, i quali, l'uno apresso l'altro, successono dopo di lui allo Imperio. E al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia e rimisselo in Roma; e il Papa, per vendicarsi con i Romani, tolse a quelli la autorità di creare lo imperadore, e la dette a sei principi della Magna: tre vescovi, Magonza, Treveri e Colonia; e tre principi, Brandiborgo, Palatino e Sassonia: il che seguì nel 1002. Dopo la morte di Ottone III, fu dagli Elettori creato imperadore Errico, duca di Baviera, il quale, dopo dodici anni, fu da Stefano VIII incoronato. Erano Errico e Simeonda sua moglie di santissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificati da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato, propinquo alla città di Firenze. Morì Errico nel 1024; al quale successe Currado di Svevia, a cui, di poi, Errico II. Costui venne a Roma; e perché egli era scisma nella Chiesa, di tre papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Chimenti II, dal quale fu coronato imperadore.



XIV

Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de' quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario. Intra i principi il più potente era Gottifredi e la contessa Mattelda sua donna, la quale era nata di Beatrice, sirocchia di Errico II. Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio. A' pontefici faceva allora assai guerra l'ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondo che a lui parve, subito diventò nimico a' pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano. E ne' tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente, avevono il popolo romano ribelle, né qualunque di essi aveva altro intento che torre la reputazione e la autorità l'uno all'altro. Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, così Niccolao gli privò di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali. Né fu contento a questo, ché convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti gli ufficiali mandati dai Romani per la loro iurisdizione a rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne privò del loro ufizio.



XV

Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perché il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa. Errico che aveva in odio la potenzia de' pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice. Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fussero le spirituali ferite, perché il Papa fece uno concilio a Roma, e privò Errico dello Imperio e del regno. E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciò che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata. Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da' suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che seguì l'anno 1080. Nacque nondimeno poco di poi, nuova discordia intra il Papa ed Errico; onde che il Papa di nuovo lo scomunicò, e lo Imperadore mandò il suo figliuolo, chiamato ancora Errico, con esercito, a Roma, e con lo aiuto de' Romani, che avevano in odio il Papa, lo assediò nella fortezza; onde che Ruberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerlo, ed Errico non lo aspettò, ma se ne tornò nella Magna. Solo i Romani stettono nella loro ostinazione, tale che Roma ne fu di nuovo da Ruberto saccheggiata e riposta nelle antiche rovine, dove da più pontefici era innanzi stata instaurata. E perché da questo Ruberto nacque l'ordine del regno di Napoli, non mi pare superfluo narrare particularmente le azioni e nazione di quello.



XVI

Poi che venne disunione intra li eredi di Carlo Magno, come di sopra abbiamo dimostro, si dette occasione a nuovi popoli settentrionali, detti Normandi, di venire ad assalire la Francia e occuporono quel paese il quale oggi da loro, è detto Normandìa. Di questi popoli una parte ne venne in Italia ne' tempi che quella provincia da' Berengarii, da' Saraceni e dagli Unni era infestata, e occuporono alcune terre in Romagna, dove, intra quelle guerre, virtuosamente si mantennono. Di Tancredi, uno di questi principi normandi, nacquono più figliuoli, intra i quali fu Guglielmo, nominato Ferabac, e Ruberto, detto Guiscardo. Era pervenuto il principato a Guglielmo, e i tumulti di Italia in qualche parte erano cessati; nondimeno i Saraceni tenevono la Sicilia e ogni dì scorrevono i liti di Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capua e di Salerno e con Melorco greco, che per lo imperadore di Grecia governava la Puglia e la Calavria, di assaltare la Sicilia, e, seguendone la vittoria, si accordorono che qualunche di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parte participare. Fu la impresa felice; e cacciati i Saraceni, occuporono la Sicilia. Dopo la quale vittoria, Melorco fece venire secretamente gente di Grecia, e prese la possessione dell'isola per lo imperadore, e solamente divise la preda. Di che Guglielmo fu male contento; ma si riserbò a tempo più commodo a dimostrarlo; e si partì di Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Capua. I quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritornò in Romagna, ma si volse con le sue genti verso Puglia, e subito occupò Melfi, e quindi, in breve tempo, contro alle forze dello imperadore greco, si insignorì quasi che di tutta Puglia e di Calavria, nelle quali provincie signoreggiava, al tempo di Niccolao II, Ruberto Guiscardo suo fratello. E perché gli aveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò l'autorità del Papa a comporle; il che fu da il Papa esequito volentieri, desideroso di guadagnarsi Ruberto, acciò che contro agli imperadori tedeschi e contro alla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto ne seguì, secondo che di sopra abbiamo dimostro, che ad instanzia di Gregorio VII, cacciò Errico di Roma e quello popolo domò. A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmo, suoi figliuoli; allo stato de' quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri. Ma Guglielmo, di poi, andando in Gonstantinopoli per prendere per moglie la figliuola dello Imperadore, fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato. E insuperbito per tale acquisto, si fece prima chiamare re di Italia; di poi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia, fu il primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancora che più volte abbia variato, non solamente sangue, ma nazione; perché, venuta meno la stirpe de' Normandi, si trasmutò quel regno ne' Tedeschi, da quelli ne' Franciosi, da costoro negli Aragonesi, e oggi è posseduto dai Fiamminghi.



XVII

Era pervenuto al pontificato Urbano II, il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare, per le disunioni, in Italia securo, si volse ad una generosa impresa, e se ne andò in Francia con tutto il clero, e ragunò in Auverna molti popoli, a' quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberorono di fare la impresa di Asia contro a' Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furono di poi chiamate Crociate, perché tutti quelli che vi andorono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa. I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio e Balduino di Buglò, conti di Bologna, e uno Pietro Eremita, per santità e prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono con danari, e molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allora poteva negli animi degli uomini la religione, mossi dallo esemplo di quelli che ne erano capi. Fu questa impresa nel principio gloriosa, perché tutta l'Asia Minore, la Soria e parte dello Egitto venne nella potestà de' Cristiani; mediante la quale nacque l'ordine de' cavalieri di Ierosolima, il quale oggi ancora regna, e tiene l'isola di Rodi, rimasa unico ostaculo alla potenzia de' Maumettisti. Nacquene ancora l'ordine de' Templari, il quale dopo poco tempo, per li loro cattivi costumi venne meno. Seguirno in varii tempi varii accidenti, dove molte nazioni e particulari uomini furono celebrati. Passò in aiuto di quella impresa, il re di Francia, il re di Inghilterra, e i popoli pisani, viniziani e genovesi vi acquistorono reputazione grandissima; e con varia fortuna insino a' tempi del Saladino saraceno combatterono, la virtù del quale e la discordia de' Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloria che si avevono nel principio acquistata, e furono dopo novanta anni cacciati di quello luogo ch'eglino avevono con tanto onore felicemente recuperato.



XVIII

Dopo la morte di Urbano, fu creato pontefice Pascale II, e allo Imperio era pervenuto Errico IV. Costui venne a Roma, fingendo di tenere amicizia col Papa; di poi il Papa e tutto il clero misse in prigione; né mai lo liberò, se prima non gli fu concesso di potere disporre delle chiese della Magna come a lui pareva. Morì, in questi tempi, la contessa Matelda, e lasciò erede di tutto il suo stato la Chiesa. Dopo la morte di Pascale e di Errico IV, seguirono più papi e più imperadori, tanto che il papato pervenne ad Alessandro III, e lo Imperio a Federigo Svevo, detto Barbarossa. Avevano avuto i pontefici, in quelli tempi, con il popolo romano e con gli imperadori molte difficultà, le quali al tempo del Barbarossa assai crebbero. Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di tanta superbia che non poteva sopportare di avere a cedere al Pontefice; nondimeno nella sua elezione venne a Roma per la corona, e pacificamente si tornò nella Magna. Ma poco stette in questa opinione, perché tornò in Italia per domare alcune terre in Lombardia che non lo ubbidivano; nel quale tempo occorse che il cardinale di S. Clemente, di nazione romano, si divise da papa Alessandro, e da alcuni cardinali fu fatto papa. Trovavasi in quel tempo Federigo imperadore a campo a Crema; con il quale dolendosi Alessandro dello Antipapa, gli rispose che l'uno e l'altro andasse a trovarlo e allora giudicherebbe chi di loro fussi papa. Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e perché lo vedeva inclinato a favorire l'Antipapa, lo scomunicò e se ne fuggì a Filippo re di Francia. Federigo intanto, seguitando la guerra in Lombardia, prese e disfece Milano, la qual cosa fu cagione che Verona, Padova e Vicenza si unirono contro a di lui, a difesa comune. In questo mezzo era morto lo Antipapa, donde che Federigo creò in suo luogo Guido da Cremona. I Romani, in questi tempi, per la assenza del Papa e per gl'impedimenti che lo Imperadore aveva in Lombardia, avevono ripreso in Roma alquanto di autorità, e andavano ricognoscendo la ubbidienza delle terre che solevono essere loro subiette. E perché i Tusculani non vollono cedere alla loro autorità, gli andorono popularmente a trovare; i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppono lo esercito de' Romani con tanta strage che Roma non fu mai poi né populata né ricca. Era intanto tornato papa Alessandro in Roma, parendogli potervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigo, e per li nimici che quello aveva in Lombardia. Ma Federigo, posposto ogni rispetto, andò a campo a Roma; dove Alessandro non lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo re di Puglia, rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri. Ma Federigo, cacciato dalla peste, lasciò la obsidione, e se ne tornò nella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate contro a di lui per potere battere Pavia e Tortona, che tenevono le parti imperiali, edificorono una città che fusse sedia di quella guerra; la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro papa e in vergogna di Federigo. Morì ancora Guidone antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il quale per i favori delle parti dello Imperadore si stava in Montefiasconi.



XIX

Papa Alessandro, in quel mezzo, se ne era ito in Tusculo, chiamato da quel popolo, acciò che con la sua autorità lo difendesse dai Romani; dove vennono a lui oratori mandati da Errico re di Inghilterra a significargli che della morte del beato Tommaso, vescovo di Conturbia, il loro re non aveva alcuna colpa, sì come publicamente ne era stato infamato. Per la qual cosa il Papa mandò duoi cardinali in Inghilterra a ricercare la verità della cosa; i quali, ancora che non trovassino il Re in manifesta colpa, nondimeno, per la infamia del peccato e per non lo avere onorato come egli meritava, gli dettono per penitenza che, chiamati tutti i baroni del regno, con giuramento alla presenza loro si scusasse e inoltre mandasse subito dugento soldati in Ierusalem, pagati per uno anno, ed esso fussi obligato, con quello esercito che potesse ragunare maggiore, personalmente, avanti che passassero tre anni, andarvi, e che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libertà ecclesiastica, e dovesse acconsentire che qualunche suo subietto potesse, volendo, appellare a Roma. Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesi a quello iudizio un tanto re, che oggi uno uomo privato si vergognerebbe a sottomettervisi. Nondimeno, mentre che il Papa aveva tanta autorità ne' principi longinqui, non poteva farsi ubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere stare in Roma, ancora che promettesse d'altro che dello ecclesiastico non si travagliare: tanto le cose che paiono sono più di scosto che da presso temute. Era tornato, in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli feciono intendere che lo abbandonerebbono, se non si riconciliava con la Chiesa, di modo che fu constretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme; e nello accordo il Papa privò lo Imperadore d'ogni autorità che gli avesse sopra Roma, e nominò Guglielmo re di Sicilia e di Puglia per suo confederato. E Federigo, non potendo stare senza fare guerra, ne andò alla impresa di Asia, per sfogare la sua ambizione contro a Maumetto, la quale contro a' vicari di Cristo sfogare non aveva potuto. Ma arrivato sopra il fiume..., allettato dalla chiarezza delle acque, vi si lavò dentro, per il quale disordine morì. E così l'acque fecero più favore a' Maumettisti, che le scomuniche a' Cristiani, perché queste frenorono l'orgoglio suo, e quelle lo spensono.



XX

Morto Federigo, restava solo al Papa a domare la contumacia de' Romani; e dopo molte dispute fatte sopra la creazione de' consoli, convennono che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma non potessero pigliare il magistrato, se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa. Il quale accordo fece che Giovanni antipapa se ne fuggì in Monte Albano, dove, poco di poi, si morì. Era morto in questi tempi, Guglielmo re di Napoli, e il Papa disegnava di occupare quel regno, per non avere lasciati quel re altri figliuoli che Tancredi, suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa, ma vollono che Tancredi fusse re. Era papa, allora, Celestino III, il quale, desideroso di trarre quel regno dalle mani di Tancredi, operò che Elrico figliuolo di Federigo fusse fatto imperadore, e gli promisse il regno di Napoli, con questo, che restituisse alla Chiesa le terre che a quella appartenevano. E per facilitare la cosa, trasse di munistero Gostanza, già vecchia, figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie. E così passò il regno di Napoli da' Normandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi. Elrico imperadore, come prima ebbe composte le cose della Magna, venne in Italia con Gostanza sua moglie e con uno suo figliuolo di quattro anni chiamato Federigo, e sanza molta dificultà prese il Regno, perché di già era morto Tancredi, e di lui era rimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri. Morì, dopo alcun tempo, Elrico, in Sicilia, e successe a lui nel Regno Federigo, e allo Imperio Ottone duca di Sansogna, fatto per i favori che gli fece papa Innocenzio III. Ma come prima ebbe presa la corona, contro ad ogni opinione, diventò Ottone nimico del Pontefice; occupò la Romagna, e ordinava di assalire il Regno, per la qual cosa il Papa lo scomunicò, in modo che fu da ciascheduno abbandonato, e gli Elettori elessono imperadore Federigo re di Napoli. Venne Federigo a Roma per la corona, e il Papa non volle incoronarlo, perché temeva la sua potenza e cercava di trarlo di Italia, come ne aveva tratto Ottone; tanto che Federigo sdegnato, ne andò nella Magna, e fatte più guerre con Ottone, lo vinse. In quel mezzo si morì Innocenzio, il quale, oltre alle sue egregie opere, edificò lo spedale di Santo Spirito in Roma. Di costui fu successore Onorio III, al tempo del quale surse l'ordine di San Domenico e di San Francesco, nel 1218. Coronò questo pontefice Federigo, al quale Giovanni disceso di Balduino re di Ierusalem, che era con le reliquie de' Cristiani in Asia e ancora teneva quel titulo, dette una sua figliuola per moglie, e con la dota gli concesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re di Napoli si intitula re di Ierusalem.



XXI

In Italia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano più consoli, e in cambio di quelli, con la medesima autorità, facevano quando uno quando più senatori; durava ancora la lega che avevano fatta le città di Lombardia contro a Federigo Barbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con la maggiore parte delle città di Romagna, e di più Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena e Trento; le altre città e castella di Lombardia, di Romagna e della Marca trivigiana favorivano, secondo la necessità, ora questa ora quella parte. Era venuto in Italia, al tempo di Ottone III, uno Ecelino, del quale, rimaso in Italia, nacque uno figliuolo, che generò uno altro Ecelino. Costui, sendo ricco e potente, si accostò a Federigo II il quale, come si è detto, era diventato nimico del Papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occupò Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana. Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perché fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella città in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano. Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia seminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome. Partito Federigo da Pisa, in molti modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli bandì la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a' Saraceni. E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, soldò assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, donò loro Nocera nel Regno, acciò che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securità servirlo.



XXII

Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne andò a Genova, e di quivi in Francia; dove ordinò uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliberò di andare. Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si morì. E lasciò in Svevia Currado suo figliuolo, e in Puglia Manfredi, nato di concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento. Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si morì; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna. Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occupò quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de' Napoletani, i quali fece acconsentire per forza. Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina. Per la guelfa era uno legato del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia di là dal Po. E perché, nel trattare la guerra, se gli ribellò Padova, fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da lui diventorono libere. Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convocò la crociata contro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia. E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d'Angiò, fratello di Lodovico re di Francia, e lo citò a venire in Italia a pigliare quel regno. Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa morì, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordinò che l'altre sue genti venissero per terra. E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo investì del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno non potessero essere imperadori. E andato Carlo contro a Manfredi, lo ruppe e ammazzò, propinquo a Benevento, e s'insignorì di Sicilia e del Regno. Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatté a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto.



XXIII

Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V. E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne andò ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo. E così i pontefici, ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre; e poi ch'eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; né permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse. E i principi ne temevano, perché sempre, o combattendo o fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio VIII e alcuni altri, i quali, sotto colore d'amicizia, furono dagli imperadori presi. Non venne Ridolfo in Italia, sendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia. In quel mezzo morì Adriano, e fu creato pontefice Niccolao III di casa Orsina, uomo audace e ambizioso; il quale pensò, ad ogni modo, di diminuire la potenza di Carlo; e ordinò che Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore in Toscana rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui, dopo la morte di Manfredi, in quella provincia rimessa. Cedette Carlo allo Imperadore, e ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mandò un suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che lo Imperadore, per questo onore fattogli, restituì alla Chiesa la Romagna, stata da' suoi antecessori tolta a quella, e il Papa fece duca di Romagna Bertoldo Orsino. E parendogli essere diventato potente da potere mostrare il viso a Carlo, lo privò dello ufizio del senatore, e fece uno decreto che niuno di stirpe regia potesse essere più senatore in Roma. Aveva in animo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse, a questo fine, secretamente pratica con Pietro re di Ragona, la quale poi, al tempo del suo successore, ebbe effetto. Disegnava ancora fare di casa sua duoi re, l'uno in Lombardia, l'altro in Toscana, la potenza de' quali defendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero venire in Italia, e da i Franzesi che erano nel Regno. Ma con questi pensieri si morì; e fu il primo de' papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, e che disegnasse, sotto colore di fare grande la Chiesa, onorare e benificare i suoi. E come da questi tempi indietro non si è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per lo avvenire ne fia piena la istoria, tanto che noi ci condurreno a' figliuoli; né manca altro a tentare a' pontefici se non che, come eglino hanno disegnato, infino a' tempi nostri, di lasciargli principi, così, per lo avvenire, pensino di lasciare loro il papato ereditario. Bene è vero che, per infino a qui, i principati ordinati da loro hanno avuta poca vita, perché il più delle volte i pontefici, per vivere poco tempo, o ei non forniscono di piantare le piante loro, o, se pure le piantano, le lasciano con sì poche e deboli barbe, che al primo vento, quando è mancata quella virtù che le sostiene, si fiaccano.



XXIV

Successe a costui Martino IV, il quale, per essere di nazione francioso, favorì le parti di Carlo; in favore del quale, Carlo mandò in Romagna, che se gli era ribellata, sue genti; ed essendo a campo a Furlì, Guido Bonatto astrologo ordinò che, in un punto dato da lui, il popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosi vi furono presi e morti. In questo tempo si mandò ad effetto la pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediante la quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovorono in quella isola; della quale Pietro si fece signore, dicendo appartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi. Ma Carlo, nel riordinare la guerra per la recuperazione di quella, si morì; e rimase di lui Carlo II, il quale in quella guerra era rimaso prigione in Sicilia, e per essere libero promisse di ritornare prigione, se infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i reali di Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.



XV

Ridolfo imperadore, in cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio la riputazione in quella, vi mandò un suo oratore, con autorità di potere fare libere tutte quelle città che si ricomperassero, onde che molte città si ricomperorono, e con la libertà mutorono modo di vivere. Adulfo di Sassonia successe allo Imperio, e al pontificato Pietro del Murrone, che fu nominato papa Celestino; il quale, sendo eremita e pieno di santità, dopo sei mesi renunziò al pontificato; e fu eletto Bonifazio VIII. I cieli (i quali sapevono come e' doveva venire tempo che i Franciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quella provincia resterebbe in mano, al tutto, degli Italiani) acciò che il papa, quando mancasse degli ostacoli oltramontani, non potesse né fermare né godere la potenza sua, feciono crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi e Orsini, acciò che, con la potenza e propinquità loro, tenessero il pontificato infermo. Onde che papa Bonifazio, il quale cognosceva questo, si volse a volere spegnere i Colonnesi, e oltre allo avergli scomunicati, bandì loro la crociata contro. Il che, se bene offese alquanto loro, li offese più la Chiesa; perché quella arme la quale per carità della fede aveva virtuosamente adoperato, come si volse, per propria ambizione, ai cristiani, cominciò a non tagliare; e così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito faceva che i pontefici, a poco a poco, si disarmavano. Privò, oltra di questo, duoi che di quella famiglia erano cardinali, del cardinalato. E fuggendo Sarra, capo di quella casa, davanti a lui, scognosciuto, fu preso da corsali catelani, e messo al remo; ma cognosciuto di poi, a Marsilia, fu mandato al re Filippo di Francia, il quale era stato da Bonifazio scomunicato e privo del regno. E considerando Filippo come nella guerra aperta contro a' pontefici, o e' si rimaneva perdente, o e' vi si correva assai pericoli, si volse agl'inganni; e simulato di voler fare accordo con il Papa, mandò Sarra in Italia secretamente. Il quale, arrivato in Alagna, dove era il Papa, convocati di notte suoi amici, lo prese; e benché, poco di poi, da il popolo d'Alagna fusse liberato, nondimeno, per il dolore di quella ingiuria, rabbioso morì.



XXVI

Fu Bonifazio ordinatore del giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse. In questi tempi seguirono molti travagli tra le parti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italia dagli imperadori, molte terre diventorono libere, e molte furono dai tiranni occupate. Restituì papa Benedetto a' cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di Francia ribenedisse. A costui successe Clemente V, il quale, per essere francioso, ridusse la corte in Francia, ne l'anno 1305. In quel mezzo Carlo II re di Napoli morì; al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenuto Arrigo di Luzimborgo, il quale venne a Roma per coronarsi, non ostante che il Papa non vi fusse. Per la cui venuta seguirono assai movimenti in Lombardia; perché rimesse nelle terre tutti i fuori usciti, o guelfi o ghibellini che fussero; di che ne seguì che, cacciando l'uno l'altro, si riempié quella provincia di guerra; a che lo Imperadore non potette, con ogni suo sforzo, obviare. Partito costui di Lombardia, per la via di Genova se ne venne a Pisa, dove s'ingegnò di tòrre la Toscana al re Ruberto; e non faccendo alcun profitto, se ne andò a Roma; dove stette pochi giorni, perché dagli Orsini, con il favore del re Ruberto, ne fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare più securamente guerra alla Toscana, e trarla dal governo del re Ruberto, lo fece assaltare da Federigo re di Sicilia. Ma quando egli sperava, in un tempo, occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si morì. Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera. In quel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale lo Imperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesa, la quale in maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa. Donde nacquero assai guerre, fatte in Lombardia dai Visconti contro ai Guelfi, e in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini. Ma perché la famiglia de' Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno de' cinque principati che di poi governorono la Italia, mi pare da replicare da più alto luogo la loro condizione.



XXVII

Poi che seguì, in Lombardia, la lega di quelle città delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre che allora seguirono, diventò in quella città potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorità. Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni città umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de' Visconti, la quale cacciò quelli della Torre di Milano. Ma poco stettano fuora, ché, per accordi fatti intra lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro. Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie. Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de' Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l'armi e levarsi da dosso la servitù di quegli barbari. E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l'armi contro al nome tedesco. Né prima fu mosso lo scandolo che Maffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella città ma che stesse di buono animo, ché loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo. Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de' Visconti, e assalì quelli della Torre, i quali erano corsi in più parti della città per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio. Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e Azzo; e dopo costoro, Luchino e Giovanni. Diventò Giovanni arcivescovo in quella città; e di Luchino, il quale morì avanti a lui, rimasero Bernabò e Galeazzo; ma morendo ancora, poco di poi, Galeazzo, rimase di lui Giovan Galeazzo, detto Conte di Virtù. Costui, dopo la morte dello Arcivescovo, con inganno ammazzò Bernabò suo zio e restò solo principe di Milano; il quale fu il primo che avesse il titulo di duca. Di costui rimase Filippo e Giovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milano, rimase lo stato a Filippo, del quale non rimase figliuoli maschi; donde che quello stato si transferì dalla casa de' Visconti a quella degli Sforzeschi, nel modo e per le ragioni che nel suo luogo si narreranno.



XXVIII

Ma tornando donde io mi parti', Lodovico imperadore, per dare riputazione alla parte sua e per pigliare la corona, venne in Italia; e trovandosi in Milano, per avere cagione di trarre danari da' Milanesi, mostrò di lasciargli liberi, e misse i Visconti in prigione; di poi, per mezzo di Castruccio da Lucca, gli liberò; e andato a Roma, per potere più facilmente perturbare la Italia, fece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione del quale, e con la forza de' Visconti, disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombardia. Ma Castruccio morì; la quale morte fu cagione del principio della sua rovina; perché Pisa e Lucca se gli ribellorono, e i Pisani mandorono l'Antipapa prigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadore, disperato delle cose di Italia, se ne tornò nella Magna. Né fu prima partito costui, che Giovanni re di Buemia venne in Italia, chiamato da' Ghibellini di Brescia, e si insignorì di quella e di Bergamo. E perché questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia. Per il quale partito la Italia mutò condizione, perché i Fiorentini e il re Ruberto, vedendo che il Legato favoriva le imprese de' Ghibellini, diventorono nimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico; e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibelline, si unirono molti principi con loro, intra i quali furono i Visconti, quegli della Scala, Filippo Gonzaga mantovano, quegli da Carrara, quegli da Esti. Donde che il Papa gli scomunicò tutti e il Re per timore di questa lega, se ne andò, per ragunare più forze, a casa; e tornato di poi in Italia con più gente, gli riuscì nondimeno la impresa difficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne tornò in Buemia; e lasciò solo guardato Reggio e Modona, e a Marsilio e Piero de' Rossi raccomandò Parma, i quali erano in quella città potentissimi. Partito costui, Bologna si accostò con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro città che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a' Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini. Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte. E' parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de' Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perché tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciò che ciascuno intenda quali fussero i principii suoi, e perché differirono tanto tempo nelle cose di Italia a travagliarsi.



XXIX

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di più valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la gioventù riserborono in Padova, per difenderla. Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de' colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono. Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto. Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero. Così, constretti da necessità lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodità abitorono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia, sicuri si godevano. E in breve tempo crebbero in riputazione e forze; perché, oltre ai predetti abitatori, vi rifuggirono molti delle città di Lombardia, cacciati massime dalle crudeltà di Clefi re de' Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella città, tanto che a' tempi di Pipino re di Francia quando, per i prieghi del Papa, venne a cacciare i Longobardi di Italia, nelle convenzioni che seguirono intra lui e lo Imperadore de' Greci fu che il duca di Benevento e i Viniziani non ubbidissino né all'uno né all'altro, ma, di mezzo, la loro libertà si godessero. Oltre a di questo, come la necessità gli aveva condotti ad abitare dentro alle acque, così gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di potervi onestamente vivere, e andando con i loro navigi per tutto il mondo, la città loro di varie mercanzie riempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uomini, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero. Né pensorono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare delle mercanzie loro più facile; e però acquistorono assai porti in Grecia e in Soria, e ne' passaggi che i Franciosi feciono in Asia, perché si servirono assai de' loro navigi, fu consegnato loro in premio l'isola di Candia. E mentre vissono in questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro, in Italia venerando di modo che di tutte le controversie che nascevano il più delle volte erano arbitri; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre che tra loro si avevano divise, che, rimessa la causa ne' Viniziani, rimase a' Visconti Bergamo e Brescia. Ma avendo loro, con il tempo, occupata Padova, Vicenza, e Trevigi, e di poi Verona, Bergamo e Brescia, e nel Reame e in Romagna molte città, cacciati dalla cupidità del dominare, vennono in tanta opinione di potenza, che, non solamente a' principi italiani, ma ai re oltramontani erano in terrore; onde, congiurati quelli contro a di loro, in uno giorno fu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinito spendio guadagnato; e benché ne abbiano, in questi nostri ultimi tempi; riacquistato parte, non avendo riacquistata né la reputazione né le forze, a discrezione d'altri, come tutti gli altri principi italiani, vivono.



XXX

Era pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli avere perduto in tutto la possessione di Italia, e temendo che Lodovico imperadore non se ne facesse signore, deliberò di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadore ubbidire, acciò che avessero cagione di temere dello Imperio e di ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto che tutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevano usurpate, con giusto titulo. Ma sendo in questa concessione morto il Papa e rifatto Clemente VI, e vedendo lo Imperadore con quanta liberalità il Pontefice aveva donate le terre dello Imperio, per non essere ancora egli meno liberale delle cose d'altri che si fussi stato il Papa, donò a tutti quegli che nelle terre della Chiesa erano tiranni le terre loro, acciò che con la autorità imperiale le possedessero. Per la qual cosa Galeotto Malatesti e i frategli diventorono signori di Rimino, di Pesero e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, Gentile da Varano di Camerino, Guido di Polenta di Ravenna, Sinibaldo Ordelaffi di Furlì e Cesena, Giovanni Manfredi di Faenza, Lodovico Alidosi di Imola; e oltre a questi in molte altre terre molti altri, in modo che di tutte le terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe. La qual cosa infino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il quale, ne' nostri tempi, con la rovina de' discendenti di costoro, le rendé l'autorità sua. Trovavasi lo Imperadore, quando fece questa concessione, a Trento; e dava nome di volere passare in Italia; donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti si insignorirono di Parma. Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morì, e rimasono di lui solo due nipote, nate di Carlo suo figliuolo, il quale più tempo innanzi era morto; e lasciò che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del Regno, e che la prendesse per marito Andrea, figliuolo del re di Ungheria, suo nipote. Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire, e si maritò ad uno altro suo cugino, principe di Taranto, chiamato Lodovico. Ma Lodovico re di Ungheria e fratello di Andrea, per vendicare la morte di quello, venne con gente in Italia, e cacciò la reina Giovanna e il marito del Regno.



XXXI

In questo tempo seguì a Roma una cosa memorabile, che uno Niccolò di Lorenzo, cancelliere in Campidoglio, cacciò i senatori di Roma, e si fece, sotto titulo di tribuno, capo della republica romana; e quella nella antica forma ridusse, con tanta reputazione di iustizia e di virtù, che non solamente le terre propinque, ma tutta Italia gli mandò ambasciadori; di modo che le antiche provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevorono il capo, e alcune mosse da la paura, alcune dalla speranza, l'onoravano. Ma Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne' suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione. Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l'ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l'ufficio ai senatori.



XXXII

In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re. Era venuto l'anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori. Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio. Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a' suoi vicini, tanto che diventò potentissimo. Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato. Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de' Ghibellini militava in Toscana. Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl'intese tante vittorie, deliberò vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornò nel regno, e il Papa in Avignone. Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai Visconti, tanto che il Papa mandò prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia. Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII. I Genovesi, in questi tempi, i quali più anni erano vivuti sotto il governo de' Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi. E benché i Genovesi fussero un tempo superiori, e che più mesi tenessero assediata Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381.



XXXIII

Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de' reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia. Il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d'Angiò in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l'Antipapa. Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, morì, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia. Il Papa, in questo mezzo, se ne andò a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa. Di poi si sdegnò con il Re, perché non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno. Per la qual cosa il Re vi andò a campo, e il Papa se ne fuggì a Genova, dove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni. Di quivi se ne andò a Roma, e per farsi reputazione creò ventinove cardinali. In questo tempo Carlo re di Napoli ne andò in Ungheria, dove fu fatto re, e poco di poi fu morto; e a Napoli lasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli. In questo tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernabò suo zio e preso tutto lo stato di Milano, e non gli bastando essere diventato duca di tutta la Lombardia, voleva ancora occupare la Toscana; ma quando e' credeva prenderne il dominio, e di poi coronarsi re di Italia, morì. Ad Urbano VI era succeduto Bonifazio IX. Morì ancora in Avignone l'antipapa Clemente VII, e fu rifatto Benedetto XIII.



XXXIV

Erano in Italia, in questi tempi, soldati assai, inghilesi, tedeschi e brettoni, condotti parte da quelli principi i quali in varii tempi erano venuti in Italia, parte stati mandati dai pontefici quando erano in Avignone. Con questi tutti i principi italiani feciono più tempo le loro guerre, infino che surse Lodovico da Conio romagnolo, il quale fece una compagnia di soldati italiani, intitolata in San Giorgio; la virtù e la disciplina del quale in poco tempo tolse la reputazione alle armi forestiere, e ridussela negli Italiani, de' quali poi i principi di Italia, nelle guerre che facevano insieme, si valevano. Il Papa, per discordia avuta con i Romani, se ne andò a Scesi; dove stette tanto che venne il giubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acciò che tornasse in Roma per utilità di quella città, furono contenti accettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da lui, e gli lasciorono fortificare Castel Santo Agnolo, e con queste condizioni ritornato, per fare più ricca la Chiesa, ordinò che ciascuno, nelle vacanze de' beneficii, pagasse una annata alla Camera. Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milano, ancora che lasciasse duoi figliuoli, Giovanmariagnolo e Filippo, quello stato si divise in molte parti; e ne' travagli che vi seguirono, Giovanmaria fu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, dove, per fede e virtù di quello castellano si salvò. E intra gli altri che occuporono delle città possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale, fuoruscito, si trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzo del quale riprese lo stato di Verona, dove stette poco tempo, perché, per ordine di Francesco, fu avvelenato, e toltogli la città. Per la qual cosa i Vicentini, che sotto le insegne de' Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a' Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerra contro a di lui, e prima gli tolsono Verona, e di poi Padova.



XXXV

In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua libertà; a che il Papa non volle acconsentire; donde che il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli. Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca. Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l'Antipapa renunziasse. E per conforto de' cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non ne conclusono alcuna, di modo che i cardinali dell'uno e dell'altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini. I cardinali dall'altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d'Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma. Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d'Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono. Ma per difetto de' condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna, e Luigi in Provenza. E pensando il Papa in che modo potesse diminuire la potenza di Ladislao, operò che Sigismondo re di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de' suoi nemici.



XXXVI

Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione. Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato. Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l'altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico. Alla fine, abbandonato dai suoi cardinali, fu constretto ancora egli a rinunziare; e il Concilio creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V. E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l'era stata in più pontefici divisa.



XXXVII

Trovavasi, in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne' travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo. Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia. Di poi, per essere grato de' benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire. Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.



XXXVIII

Aveva Ladislao re di Napoli, morendo, lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre al Regno, uno grande esercito, capitanato dai principali condottieri di Italia, intra i primi de' quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso. La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi contento di essere chiamato principe di Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del Regno. Ma i soldati, subito che gli arrivò in Napoli, lo chiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquono discordie grandi, e più volte superorono l'uno l'altro; pure, in ultimo, rimase la Reina in istato; la quale diventò poi nimica del Pontefice, onde che Sforza, per condurla in necessità, e che l'avesse a gittarsegli in grembo, rinunziò, fuora di sua opinione, al suo soldo. Per la qual cosa quella si trovò in un tratto disarmata; e non avendo altri rimedi, ricorse per gli aiuti ad Alfonso re di Ragona e di Sicilia, e lo adottò in figliuolo, e soldò Braccio da Montone, il quale era quanto Sforza nelle armi reputato, e inimico del Papa per avergli occupata Perugia e alcune altre terre della Chiesa. Seguì di poi la pace intra lei e il Papa, ma il re Alfonso, perché dubitava che ella non trattasse lui come il marito, cercava cautamente insignorirsi delle fortezze; ma quella, che era astuta, lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli. Crescendo adunque intra l'una e l'altro i sospetti, vennono alle armi; e la Reina, con lo aiuto di Sforza, il quale ritornò a' suoi soldi, superò Alfonso, e cacciollo di Napoli, e lo privò della adozione, e adottò Lodovico d'Angiò: donde nacque di nuovo guerra intra Braccio, che aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza, che favoriva la Reina. Nel trattare della qual guerra, passando Sforza il fiume di Pescara, affogò; in modo che la Reina di nuovo rimase disarmata; e sarebbe stata cacciata del Regno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso a tornarsene in Aragona. Ma Braccio, non sbigottito per essersi abbandonato Alfonso, seguitò di fare la impresa contro alla Reina; e avendo assediata l'Aquila, il Papa, non giudicando a proposito della Chiesa la grandezza di Braccio, prese a' suoi soldi Francesco figliuolo di Sforza; il quale andò a trovare Braccio a l'Aquila, dove lo ammazzò e ruppe. Rimase, della parte di Braccio, Oddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugia, e lasciato nello stato di Montone. Ma fu, poco di poi, morto, combattendo in Romagna per i Fiorentini; tale che, di quelli che militavono con Braccio, Niccolò Piccino rimase di più riputazione.



XXXIX

Ma perché noi siamo venuti, colla narrazione nostra, propinqui a quelli tempi che io disegnai; perché quanto ne è rimaso a trattare non importa, in maggiore parte, altro che le guerre che ebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milano, le quali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; io non voglio procedere più avanti: solo ridurrò brevemente a memoria in quali termini la Italia, e con i principi e con le armi, in quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivati, si trovava. Degli stati principali, la reina Giovanna II teneva il regno di Napoli; la Marca, il Patrimonio e Romagna, parte delle loro terre ubbidivano alla Chiesa, parte erano dai loro vicari o tiranni occupate: come Ferrara, Modona e Reggio da quelli da Esti; Faenza da e Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furlì dagli Ordelaffi; Rimino e Pesero dai Malatesti, e Camerino da quelli da Varano. Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parte a' Viniziani; perché tutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano stati spenti, eccetto che la casa di Gonzaga, la quale signoreggiava in Mantova. Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini: Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i Guinigi, Siena era libera. I Genovesi, sendo ora liberi ora servi o de' Reali di Francia o de' Visconti, inonorati vivevano, e intra gli minori potentati si connumeravono. Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati: il duca Filippo, stando rinchiuso per le camere e non si lasciando vedere, per i suoi commissari le sue guerre governava; i Viniziani, come ei si volsono alla terra, si trassono di dosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene le armi in dosso sendo religioso, e la reina Giovanna di Napoli per essere femina, facevono per necessità quello che gli altri per mala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perché, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilità, e restando quella republica nelle mani d'uomini nutricati nella mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri. Erano adunque le armi di Italia in mano o de' minori principi o di uomini senza stato; perché i minori principi, non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o più ricchi o più sicuri, se le vestivano; quegli altri, per essere nutricati in quelle da piccoli, non sapendo fare altra arte, cercavono in esse, con avere o con potenza, onorarsi. Intra questi erano allora i più nominati: il Carmignuola, Francesco Sforza, Niccolò Piccino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo e Micheletto Attenduli, il Tartaglia, Iacopaccio, Ceccolino da Perugia, Niccolò da Tolentino, Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era e molti altri simili. Con questi erano quelli signori de' quali ho di sopra parlato; ai quali si aggiugnevano i baroni di Roma, Orsini e Colonnesi, con altri signori e gentili uomini del Regno e di Lombardia; i quali, stando in su la guerra, avevano fatto come una lega e intelligenza insieme, e riduttala in arte; con la quale in modo si temporeggiavono, che il più delle volte, di quelli che facevano guerra, l'una parte e l'altra perdeva; e in fine la ridussono in tanta viltà che ogni mediocre capitano, nel quale fusse alcuna ombra della antica virtù rinata, gli arebbe, con ammirazione di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi, adunque, oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria. Alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promissi, tornare a raccontare della origine di Firenze, e fare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quella città in questi tempi, e per quali mezzi, intra tanti travagli che per mille anni erano in Italia accaduti, vi era pervenuta.


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Niccolò Machiavelli - Tutte le opere", a cura di Mario Martelli, Firenze, Sansoni, 1971







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